Dal 1974, la famiglia Conti, lavora
nella ristorazione alle Grotte di FRASASSI. In questi 38 anni, il
titolare Francesco,con la moglie Giuseppina, chef del ristorante e i
figli Jonathan e Christian, hanno maturato, l'esperienza
nell'accoglienza della loro clientela;
lavorando negli anni con i più importanti
tour operator italiani. La cucina, ormai famosa,
è quella tipica marchigiana;
dai sapori semplici ma inconfodibili,
nei quali ogni dettaglio non è lasciato al caso. Unire la visita
alle Grotte con il pranzo
in questo ristorante è da 38 anni la scelta di molti.

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~ Il Territorio ~
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Le Grotte di Frasassi
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Risalita
attraverso lo sciame di diaclasi e faglie, l'acqua mineralizzata (individuata attualmente dove scorre il fiume Sentino) si è incontrata
con l'acqua più fredda proveniente dalla percolazione superficiale e
soprattutto dalla falda di subalveo del fiume Sentino. 
In questi piani di faglia e nelle disgiunzioni del Calcare massiccio ha
avuto origine il complesso carsico Grotta grande del vento. Difficile è
stabilire la data certa della sua formazione.
Considerato, comunque, che l'elemento base è l'acqua sulfurea e che
questa ha potuto risalire unicamente quando il Calcare massiccio è stato
spezzato e tagliato dalle faglie, nella valutazione dell'età di questi
eventi post-orogenici, avvenuti nel Pliocene Superiore, è possibile
affermare che l'origine delle prime sale possa essere datata ad un
milione quattrocentomila anni fa. In quel periodo il Sentino aveva il
suo alveo molto più alto rispetto all'attuale posizione e tutta
l'idrografia era più alta di due-trecento metri: è a questa quota che si
incontravano, all'interno della montagna, lungo i piani di faglia,
l'acqua artesiana mineralizzata e l'acqua più fredda del torrente
Sentino: dal loro connubio avvenivano la dissoluzione del calcare ed il
deposito del gesso. Possiamo osservare che quando il fiume Sentino era
ad una quota di 250 metri più alta (testimoniata dall'incisione sulle
pareti della Gola di Frasassi a varie quote) il suo regime era saltuario
e, in periodi autunnali e primaverili, le piene avevano una notevole
forza erosiva data l'elevata pendenza dell'alveo, così le acque
incidevano rapidamente la roccia
e
il suo letto si abbassava molto velocemente;di conseguenza, anche l'idrografia sotterranea, che si raccordava con il Sentino, subiva un
abbassamento altrettanto veloce originando, all'interno, un carsismo con
condotte verticali e piccole sale, non riuscendo in questi casi a
lasciare depositi di gesso per il breve stazionamento della zona di
reazione. Tutto questo è stato riscontrato nella realtà, infatti le
cavità carsiche a quota 250 metri sono di modeste dimensioni, isolate e
poco appariscenti.
Man mano che il torrente Sentino seguitava a scendere di quota per
l'intensa erosione, l'acqua del fiume tendeva ad essere meno impetuosa e
meno veloce: conseguentemente l'idrografia sotterranea si abbassava più
lentamente rispecchiando esattamente la situazione d'equilibrio del
fiume. La zona di reazione tra acqua sulfurea e le acque fredde del
torrente stazionavano sempre più a lungo alla stessa quota permettendo
la formazione di quel complesso di sale grandiose che oggi ritroviamo.
Dove il livello di risalita dell'acqua sulfurea era superiore all'alveo
del Sentino si formavano, convergenti verso il torrente, condotte
sub-orizzontali di raccordo idrografico. La struttura base del complesso
ipogeo di Frasassi è costituito da 6-8 livelli sovrapposti che
rappresentano cicli erosivi del Sentino in lunghi periodi geologici. |
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PAPA LEONE XII
(1823 - 1829)
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Leone
XII, nato Annibale della Genga, pontefice dal 1823 al 1829, nacque il 22
agosto (o forse il 2 agosto) del 1760 a Genga (ora in provincia
d’Ancona) dal conte Flavio della Genga, appartenente alla famiglia dei
feudatari di questa cittadina marchigiana, e dalla contessa Maria Luisa
Pariberti, di Fabriano.
Educato presso l'Accademia dei Nobili Ecclesiastici di Roma, fu ordinato
sacerdote nel 1783. Nel 1790 si fece notare per un brillante sermone da
lui pronunciato in commemorazione dell'imperatore Giuseppe II. Nel 1792
Pio VI lo nominò suo segretario particolare e successivamente, nel 1793,
lo promosse arcivescovo titolare di Tiro, inviandolo a Lucerna in
qualità di nunzio apostolico. Nel 1794 fu trasferito alla nunziatura di
Colonia, ma, in seguito allo scoppio della guerra, spostò la sua
residenza ad Augusta. Nei 12 anni trascorsi in Germania fu incaricato di
svolgere delicate ed importanti missioni diplomatiche presso le corti di
Dresda, Vienna, Monaco e Württemberg e presso Napoleone stesso.
Peraltro è risaputo che in questo periodo andò incontro a ristrettezze
economiche, e anche la sua vita privata non fu al di sopra di ogni
sospetto. In seguito allo scioglimento dello Stato della Chiesa, egli fu
considerato dai francesi alla stregua di un prigioniero di stato, e
trascorse alcuni anni nell'abbazia di Monticelli, gustando i piaceri
della musica e della caccia, passatempi che non disdegnò di praticare
anche dopo la successiva elezione al soglio pontificio. Nel
1814 fu scelto per recarsi a portare le felicitazioni personali del papa
al re di Francia Luigi XVIII, in occasione della recente restaurazione
della monarchia dopo la parentesi napoleonica; nel concistoro dell'8
marzo 1816 fu nominato cardinale soprintendente di Santa Maria Maggiore,
e reso titolare della diocesi di Senigallia, carica da cui si dimise nel
1819 per poi ricevere, nel 1820 da Pio VII, l'ambita funzione di
cardinale vicario. |
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San Vittore
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 S. Vittore è
la frazione più importante e popolosa del Comune di Genga.
Si
adagia nello slargo che segue la tortuosa attraversata della Gola di
Frasassi, sul punto in cui il Sentino dolcemente si avvia a riversarsi
nell'Esino.
La natura qui presenta un affascinante paesaggio, in cui
il verde intenso dei boschi e delle pinete si sposa armoniosamente con
i molti colori delle rocce e la luce, che attraversa con fatica la Gola
di Frasassi, dilaga sul piano del fondovalle. Il villaggio dispone a
scalare i casolari e le ville dai ripiani che la roccia cadendo a picco
dal massiccio montuoso di Pierosara mollemente si configura di qua e
di la del Sentino in un'allungata striscia di terra. Se il Castello
di Pierosara si costruisce intorno alla vigile torre medioevale, i casolari
più antichi di S. Vittore si dispongono lungo le rive del Sentino
e fanno ala all'antico Monastero Benedettino di S. Vittore, alla stupenda
omonima chiesa romanica e alla torretta che sovrasta il viadotto romano.
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Nell'età romana qui era
un stazione termale; fino agli anni 30 si potevano ancora ammirare testimonianze,
come resti
di membrature termali, conduttori in laterizio e piombo,
frammenti di mosaici, capitelli, testimonianze di vasche. Quasi intatto
è il ponte romano sul Sentino, su cui si alza la già citata
piccola torre medioevale. Attraverso il fornice archiacuto si intravede
la Badia di S. Vittore, una struttura gotica che i! tempo e l'incuria
degli uomini hanno lasciato perire quasi completamente; ora è
in parte ricostruita. "È un grazioso insieme artistico,
semplice e suggestivo che lega in un unico complesso tre epoche, tre
concezioni di vita". Due pergamene dell'XI e XII secolo fanno pensare
che il tempio ed il monastero sorsero nel sec. X per volere dei ricchi
Feudatari laici dei castelli vicini, per ospitare i monaci benedettini
con l'impegno di ufficiare la chiesa e provvedere alle cure pastorali
degli abitanti del luogo. Nel sec. XI lo resero autonomo, in seguito
vi si sottomisero. Si pensa che nel sito vi sorgesse già un tempio
pagano e poichè un colle vicino si denomina "colle della
battaglia", fosse dedicato a Iuppiter Victor; ma non è documentato.
Alle origini il Monastero era dedicato a S. Benedetto, il tempio a S. Maria e a San Vittore. Si chiama S. Vittore delle Chiuse a motivo della
cerchia delle montagne che lo circondano e del corso d'acqua vicino,
nel Medio Evo denominato "rave di Clusis". Il Monastero raggiunse la
più grande floridezza nel sec. XIII, quando erano alle sue
dipendenze ben quaranta chiese e possedeva numerosi beni fondiari
nei paesi vicini. La sua decadenza inizia al tempo del governo dell'abate
simoniaco e mondano Crescenzio figlio di Alberghetto I Chiavelli (1308-1348).
Alla fine del secolo XIV i monaci quasi l'abbandonarono per dimorare
nel Monastero dipendente di S. Biagio di Fabriano. Nel 1406 il Monastero
e tutti i suoi beni furono concessi in affitto a Chiavello Chiavelli,
la congregazione religiosa venne soppressa e aggregata al Monastero
di S. Caterina di Fabriano. Niente fa pensare che la chiesa sia una
ristrutturazione del tempio romano, ha tutti i caratteri di un edificio
sacro medioevale. La Chiesa appare dopo i vari
restauri effettuati
in questo secolo un esemplare e genuino edificio romanico, che ha
riferimenti chiari e linee architettoniche basilicali paleocristiane,
lombarde e bizantine. La massa muraria costruita con blocchi di travertino
e materiale misto poggia solidamente sul suolo, la pianta è
ideata nella più ammirabile semplicità, i corpi di fabbrica
si allineano e reggono in un geometrismo di delicata armonia, la cupola
si eleva con disinvolta eleganza e vivo slancio tutti questi caratteri,
uniti ad altri quali gli elementi decorativi, le lesene, le nicchiette,
i capitelli, la copertura a volte e cupola anche se edificio e pianta
quadrangolare, come questo di S. Vittore, rimandano direttamente all'architettura
romanica. Le presenze di particolari connotazioni come l'evidenziarsi
delle absidi, il risalto del tiburio con marcati riferimenti orientaleggianti
possono proporre, a prima vista, una collocazione stilistica ibrida.
Proprio in considerazione di questo intreccio il Serra afferma che
"la significazione essenziale del monumento sta nella leggiadria
e nella singolarità della pianta, improntata di grazia ritmica
nel succedersi delle esedre che ne costituiscono il lineamento espressivo;
nella snella eleganza della cupola, nella purità non contaminata
della salda e ben costrutta compagine muraria. In sostanza all'interno
essa s'avvale della cadenza lenta e suasiva della musicalità
bizantina e l'arte nella massa esterna, delicata e vaga. All'interno
così si presenta: "Quattro grandi colonne di travertino
, sormontate da capitelli cubici, formano il quadrato centrale e ripartiscono
il vano. Si determinano nove campate di cui otto a crociera, leggermente
accentuate, disadorne; la mediana con cupola emisferica internamente, ottagona all'esterno. Il presbiterio è sopraelevato di due
gradini nella parete prospicente all'ingresso, ivi sono tre esedre
con semicatino poggiati su una cornice sorretta da mensole la centrale
con sedile, le laterali di analoga struttura come quella che si apre
in ciascuna delle due fiancate. A sinistra, nello spigolo anteriore,
si erge una torre cilindrica con gradini a chiocciola innestati in
una massiccia colonna centrale, essi conducono al piano di copertura. |
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VALADIER
E INFRASAXA ~ |
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 Nel
1828 papa Leone XII (Annibale della Genga; 1760-1829) su disegno
dell'architetto italiano Giuseppe Valadier, fece costruire una chiesa
più grande a pianta ottagonale, con cupola ricoperta in piombo. Il nuovo
tempio fu eseguito interamente in blocchi bianchi di travertino estratti
da una cava sovrastante la grotta.
Sull'altare,
costruito con alabastro del luogo, è venerata una statua della Vergine
con Bambino in marmo bianco di Carrara, di Antonio Canova, o almeno
uscita certamente dalla sua bottega (per ragioni di sicurezza,
l'originale è conservato nel museo parrocchiale di Genga)."Scavando per fondare questa chiesa, furono trovati forni per cuocere il
pane, due pozzi di grano infradiciato, alcune monete e grandi quantità
di ossa umane, anche di bambini.
Evidentemente qui trovarono rifugio alcune famiglie quando, in
conseguenza delle scorrerie dei barbari, specialmente degli Ungheri, si
stabilirono in luoghi impervi e di accesso difficile". (Pagnani) |
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Circa
la metà della gola troviamo un santuario: Madonna di Frasassi. Il
santuario si trova nell'ampia bocca di una galleria naturale, il cui
ramo principale è lungo m 410. Questa è la celebre Grotta di Frasassi,
che si presenta come un cratere vulcanico, che nell'esplodere avrebbe
spaccato la montagna in due. Sull'ampia bocca esistono due chiese". (Pagnani)
"Veramente erano in origine due chiese separate, quella del monastero
benedettino femminile, o "carcer" di S.Maria "Boccasaxorum", che lo
storico Bradimarte asserisce fondato in lato, nella località Pian del
Carmine: e l'oratorio, di proprietà delle stesse monache, di S.Maria "intra"
o "infrasaxa", nell'interno della grotta omonima".(Sassi)
"Vi è una piccola statua in legno di epoca incerta e di mano
inesperta".(Pagnani)
La venerata, seppur "rozza" immagine finì bruciata accidentalmente da
una candela votiva, nei primi anni del dopoguerra (1947 c.). Fu
rimpiazzata dell'attuale in pietra bianca di Vicenza, riproducente la
Vergine seduta con il Bambino in braccio.
"Il monastero esisteva già nel 1029, quando ne fu donata una parte a
S.Vittore da due feudatari. Nel 1420 monastero e oratorio furono
assegnati a S.Biagio; due anni dopo Giovanni, vescovo di Camerino,
soppresse il monastero, ridotto ad una sola monaca, obbligando l'abbazia
a officiare l'una e l'altra chiesa. Ma, demolito il monastero, rimase il
solo oratorio che passò alla parrocchia di Rosenga nel sec. XVIII".
(Sassi) |
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Varrebbe
la pena anche approfondire la "tradizione" secondo la quale durante le
prime crociate - i Crociati stessi - oppure i monaci fuggiaschi,
scappando davanti ai Turchi, avrebbero portato con loro, il corpo, o
almeno il cranio di S.Marone (sec. IV-V), il fondatore della Chiesa
(cattolica) dei Maroniti, esistenti fino a oggi nel Libano e nella
dispersione.
Si sarebbero fermati nelle vicinanze di Foligno, dove, secondo la fama,
si trova anche il sepolcro. In tal caso, "l'eremo di Frasassi" poteva
essere coinvolto nella loro attività pastorale ed eremitica. Infatti,
del sepolcro di S.Marone in Libano non esiste alcuna traccia. Come è
facile notare nella struttura muraria esterna, l'attuale piccolo tempio
addossato allo scoglio che gli fa da tetto, è il risultato di
costruzioni eseguite in epoche diverse: il primitivo oratorio e due
ampliamenti posteriori. All'interno, sulla viva roccia del pavimento
venuta alla luce nei recenti restauri, si possono notare due piccole
cavità, probabili "mortai" per macinare cereali e farne farina. |
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IL
PRESEPIO VIVENTE
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Il
giorno 26 dicembre e il giorno dell'Epifania si rinnova a Genga la
rappresentazione del presepio vivente. Il luogo
utilizzato, per la natura del paesaggio particolarmente modulato e
singolare, comprende tutta l'area che inizia con la via di accesso fino
alla Grotta del Santuario. Lungo la Gola di Frasassi, in uno scenario
ideale e straordinario, prendono posto oltre 200 figuranti che,
indossati costumi originali e autentici, riflettono le immagini della
Natività. Forse anche per la forza suggestiva del panorama rupestre, è
stato reputato dalla critica nazionale uno dei più importanti e
suggestivi presepi viventi allestiti.Al fine di consentire l'afflusso e
il deflusso ordinato dello straordinario numero di visitatori,
nell'occasione la Gola viene chiusa al traffico automobilistico per
tutta la durata della figurazione e appositi mezzi pubblici assicurano
il trasporto fino al Presepio. Appena la via che conduce al tempio della
Grotta comincia ad inerpicarsi, a sinistra, celate fra cespugli del
bosco, sono localizzate le prime figure di pastori e le espressioni di
vita lavorativa della Palestina. La "narrazione" è una esposizione viva,
palpitante; le arti e i mestieri sono effettivamente tradotti nella
realtà sino alla cottura e distribuzione del cibo a quanti ne gradiscono
l'offerta spontanea. Avanzando nell'ascesa, si incontrano capanne e
abitazioni animate da personaggi compresi interamente nell'attività del
ruolo assegnato e distinti da foggie artistiche, multiformi e composite.
Più in alto, in prossimità della grotta, quando il percorso diventa meno
impervio, si accentuano la concitazione della folla e il desiderio di
giungere all'arrivo.
Intanto alla parte opposta, nel versante oltre il fiume, in un picco
inaccessibile della montagna, le cornamuse diffondono nell'aria le
melodie del Natale che raggiungono ogni remoto spazio della Gola e
caricano l'aria di una gioia solenne che contagia e invita tutti alla
festa. Prima di giungere al recesso del tempio, "soldati romani" in
pied-arm presidiano l'accesso e porgono il benvenuto ai visitatori
meravigliati e ammirati. Introdotti sotto la volta della roccia, la
vista volge a sinistra per scoprire una lunga schiera di angeli: bambini
disposti in fila e allineati secondo una progressione di età e di
altezza discendono dal buio di una grotta per raggiungere la capanna
della natività. D'intorno, l'ambiente è "cesellato" di protagonisti di
ogni età che, con sincera passione e slancio, accettano ruoli e funzioni
dissimili fra loro ma integrati dalla identica vocazione affettiva. Si
conta che il presepio illustri quasi tutti i mestieri usuali di quel
tempo e ciascuno viene riprosto con i metodi dell'arte primitiva di
allora. Nell'estremità del luogo, una capanna naturale di pietra
calcarea accoglie la rappresentazione della natività; una scena viva, un
bambino di carne palpitante riscaldato ancora dall'asino che, ad onta di
ogni umana intolleranza, ostenta sempre una cattività paziente e
rassegnata. Quando scendono le ombre della sera si accendono le luci
delle torce sospese su tutto il percorso le cui fiamme, rese tremolanti
dal vento della notte, aggiungono fascino e poesia ad un evento
straordinario che mantiene sempre intatto il mistero di Dio diventato
Bambino sulle strade del mondo. |
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GENGA
(Il comune)
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Genga
è un piccolo castello sorto nel Medioevo, insieme a tanti altri che
costellano le alture delle valli interne dell'anconetano. Il castello si
adagia su una rocciosa e ristretta piattaforma di una ripida ondulazione
del monte Giunguno che si alza quasi improvvisamente dai tortuosi
percorsi del fiume Sentino che nasce a Sassoferrato, a 9 km di distanza.
Il luogo viene a configurarsi come un vasto catino, chiuso dai monti
Ginguno, Ercole e Gallo.
Il Castello conserva gran parte delle mura di difesa edificate via via
che l'abitato si ampliava e le minacce di occupazione rendevano
necessario il potenziamento del sistema difensivo.
Genga appartenne sempre alla Marca. Comprende ventiquattro frazioni;
confina con i comuni di Sassoferrato, Fabriano, Serra S.Quirico e
Arcevia. Lo stemma del comune è quello antichissimo dei suoi conti;
l'aquila nera coronata di oro in campo azzurro.
Si accede al Borgo per l'unica porta ad arco, fortificata, dove ancora
sono visibili gli alloggiamenti delle guardie, nel passato preposte alla
tutela e difesa dell'abitato insediato tra l'antico e il moderno palazzo
dei conti.
Dalla sommità è possibile avere una immediata veduta dell'intera
vallata, che seppure non grandemente estesa, è piacevole per le convulse
variazioni del territorio e per le alterne immagini di corrusche stese
cromatiche delle nude rocce e di cangianti vibrazioni dei verdi
boschivi. Il reticolo e la struttura interna del paese tra chiese,
strade ed edifici armonizzano in perfetta concordanza con le qualità
dell'ambiente e le funzionalità del progetto costruttivo. La porta ad
arco immette d'un sol fiato nel cuore stesso dell'abitato presentandoci,
con immediata schiettezza, i simboli istituzionali su cui è incentrata e
ancora s'impernia, in certo qualmodo, la vita pubblica degli abitanti,
la chiesa nuova dell'Assunta, acui fa riscontro frontale la maestosa
facciata dell'antico palazzo signorile dei Conti del Genga con il suo
andamento concavo, tale da sembrare quasi un nobile uccello rapace
nell'atto di dispiegare le ale per voltegiare e sorvolare la profonda
valle che si svela carica di mistero e di colori in un ampio e
articolato abbraccio tra cielo e terra.
In questo
luogo irto e, sotto alcuni aspetti, contraddittorio per la dolcezza del
clima che lo pervade e corrobora, contraddittorio proprio per
quell'impalpabile presenza dell'antico che si sente come realtà presente
pur se non moderna. Genga si offre con le sue case a più piani, disposte
a gruppi, nell'area delimitata dal tracciato delle mura medievali e da
barriere naturali.
L'architettura castellana quindi si modella sui prototipi delle più
generali tipologie difensive dell'entroterra narchigiano, dove
l'artificio militare si avvale delle predisposizioni del paesaggio,
risultando dimessa e vernacolare ma allo stesso tempo possente e
misteriosamente spaventosa. E' un'architettura che si conclude negli
ornamenti, nelle decorazioni che ingentiliscono la sua maschia durezza;
le case, disposte a schiera, s'aggruppano sugli speroni della roccia che
viva s'avvinghia e innesta nelle mura maestre secondo una icastica
unione, che altra non potrebbe essere, per definire la natura forte e
dolce della gente che le abita; un po' asprigna e riservata forse, ma
sensibile e naturalmente generosa. Il borgo distribuisce i suoi
agglomerati, con armoniosa semplicità, l'architettura e la linearità
dell'articolazione viaria costituita da una unica arteria, che come
decumano ellittico segue l'andamento del perimetro difensivo: la cinta
muraria. Ed è seguendo quella che, dopo aver girato attorno alla
fabbrica seicentesca della chiesa dell'Assunta, si giunge alla piazza
del borgo, da cui partono piccole strette viuzze trasversali; lì trovi
anche la fabbrica della vetusta chiesa di San Clemente, di cui si dice
già nella concessione in enfiteusi del castello della Genga, nel 1090,
si conti Alberto, Ugo e Suppo figli di Alberico, ora non più adibita al
culto; questa, nella piazza, fa angolo con la canonica.
Le origini del Castello di Genga si perdono nell'oscurità dei tempi
lontani. Poetiche leggende riporterebbero le origini ai tempi del re
Pirro, allorché un certo Lucio Sentinate, dopo aver militato
inizialmente con quel re e di poi coi romani, acquistò il monte Giunguno
e vi edificò il Castello di Genga. Altra leggenda ricorda che una
fanciulla di nome Genga si innamorò di un tedesco di nome Gallo, con il
quale unitasi in matrimonio diede origine alla famiglia dei Conti della
Genga. Di certo possiamo ritenere che popolazioni provenienti dalla
valle del Sentino, forse gente picena, si stabilirono nel territorio;
poi sopraggiunsero gli Umbri che uniti ai Piceni occuparono tutto il
Piceno Annonario.
Nel 386 a.C. gran parte di questo territorio fu invaso dai Galli Senoni,
che cacciati nel 283 a.C. dai Romani, stabilirono varie colonie, tra le
quali più consistente quella di Senigallia. In epoca romana, il
territorio di Genga dovrebbe aver fatto parte del Municipio di Sentinum. |
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